Le Palaie: quando a Peccioli il mare si beve
Le Palaie: quando a Peccioli il mare si beve
Quattro chiacchiere con Giovanna Caponi | Ottobre 2026
Prima del calice
Arriviamo a Peccioli in macchina in una splendida mattina d’autunno, con il borgo che resta alto sulla sua collina e la Valle dell’Era che si apre davanti a noi. La luce è quella radente di stagione, e le colline hanno colori che sembrano stesi a pennellate. Pochi chilometri e siamo all’ingresso della tenuta.
Da qui la strada è privata, e il breve percorso sterrato ci presenta il luogo meglio di qualsiasi brochure: i filari, gli ulivi, i pioppi, il bosco, uno specchio d’acqua. Centocinquanta ettari che devono il nome a quello del podere, così com’era registrato al Catasto.
Ad attenderci, all’ora concordata, c’è Giovanna Caponi, titolare dell’azienda e figlia più piccola del fondatore, Nino Angelo Caponi. La visita è stata fissata per tempo e segue il metodo dei Narratori: nessun percorso a sorpresa, nessuna porta laterale. Giovanna ci accoglie e ci fa strada verso la terrazza panoramica. Prima del calice, lo sguardo.


I saluti
Narratore — Giovanna, grazie di averci accolto in questo posto meraviglioso. Prima di muoverci: chi ci accoglie oggi a Le Palaie?
Giovanna Caponi — Una figlia, prima ancora che una titolare. Sono la più piccola di Nino Angelo Caponi, e questa tenuta è il sogno dei miei genitori. Per raccoglierlo ho lasciato un lavoro sicuro, la riscossione crediti, e mi sono tuffata qui a capofitto.
Narratore — Chi era l’uomo che ha visto tutto questo prima che esistesse?
Giovanna Caponi — Mio padre veniva da una famiglia di coltivatori. Si è laureato in Economia e Commercio a ventiquattro anni e ha preso in mano la Gori, l’azienda che gli aveva affidato il suocero: aveva due dipendenti. L’ha portata a essere leader nel mondo nella logistica del vino, con i porti italiani ed europei e poi Australia, Asia, le Americhe.
Narratore — Un uomo di porti che approda in collina.
Giovanna Caponi — La testa viaggiava lontano, ma il cuore cercava un porto sicuro per la famiglia. Non voleva soltanto il successo, voleva il suo pezzo di paradiso: un posto dove la natura parlasse al silenzio. L’ha trovato nel 1996, sulle colline di Peccioli.
Narratore — E il vino, quando arriva?
Giovanna Caponi — Dopo. Prima c’è stato un casale seicentesco, che oggi è il cuore dell’agriturismo, poi l’olio, poi la vigna. La prima vendemmia è del 2004. Mio padre è mancato nel 2020: da allora porto avanti Le Palaie con un gruppo di collaboratori fidati, con la sua stessa dedizione e con un tocco che è mio, l’attenzione quasi maniacale per i dettagli.
I terreni
Fatti i saluti, siamo sulla terrazza panoramica: da qui la tenuta si offre tutta insieme, e le colline hanno la pazienza di lasciarsi contare.
Narratore — Da quassù la tenuta si legge come una mappa. Che cosa sto guardando?
Giovanna Caponi — Centocinquanta ettari, e solo quindici sono vigna. Il resto è un’uliveta con duemila ulivi, diciassette ettari di pioppeta, il lago, i boschi. Siamo nell’Alta Val d’Era, in provincia di Pisa.
Narratore — Molto bosco e poca vigna. È una scelta?
Giovanna Caponi — Sì. La biodiversità, vegetale e animale, qui regna indisturbata, e a noi piace che resti così. Una parte dei seminativi è lasciata alla fauna e agli insetti, per conservare e ripopolare l’ambiente.
Narratore — E chi vuole svegliarsi davanti a questa vista?
Giovanna Caponi — Trova dodici appartamenti nell’agriturismo. Chi si ferma può camminare tra i filari, arrivare al lago, entrare in cantina e poi tornare qui, in terrazza.
Scendiamo. Per arrivare alla cantina si passa dalla vigna, ed è un passaggio veloce: il tempo di qualche domanda fatta camminando.
Narratore — Mi chino e raccolgo una conchiglia. In collina.
Giovanna Caponi — Succede a tutti, la prima volta. Il nostro suolo è un libro aperto di geologia: sabbia, argilla, piccoli fossili e conchiglie che affiorano tra le viti come testimoni di un passato remoto. Il mare qui c’è stato davvero, e più tardi lo ritroverai nel calice.
Narratore — Quali uve crescono su questa sabbia?
Giovanna Caponi — Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon accanto a Colombana, Trebbiano e Alicante. Convivono bene perché parlano tutti la stessa lingua, quella di questa collina. Io ho solo scelto di non lasciare indietro le uve che rischiavano di essere dimenticate.
Narratore — E come le seguite?
Giovanna Caponi — Alleviamo a Guyot, come vuole la tradizione, ma lavoriamo con un Decision Support System: centraline meteo e analisi dei dati che mi permettono di anticipare quello che la vite sta per chiedere. Poi c’è l’istinto, che viene prima di tutto: i dati mi dicono cosa sta succedendo, la decisione resta mia.
La cantina
Dai filari alla soglia sono pochi passi. La cantina è stata inaugurata nel 2012, e la prima cosa che si incontra, entrando, non è una vasca.
Narratore — Che cosa trovo, varcata la soglia?
Giovanna Caponi — Trovi Pinocchio, prima di tutto. Abbiamo voluto la cantina abitata dall’arte del maestro Mario Madiai, con un racconto per immagini dedicato a “Le Avventure di Pinocchio”. Poi trovi le vasche troncoconiche in acciaio, la climatizzazione controllata e, sotto terra, la barricaia.
Narratore — Scendiamo, allora. Qui sotto il tempo smette di correre.
Giovanna Caponi — Qui ci sono i tonneaux, le botti di legno e i caratelli del passito, costruiti in legno di alberi da frutto da un asciatore della zona. E ci sono i contenitori in cocciopesto, un materiale che ci arriva dai Romani. Antico e nuovo, uno accanto all’altro.
Narratore — Il nuovo, in cantina, che volto ha?
Giovanna Caponi — Quello del sistema SAEn5000 della Parsec, che ci dà il controllo su ogni fase produttiva, dalla diraspatura alla pressatura. In più di vent’anni di vendemmie ho imparato che la tecnologia serve a non tradire il carattere del territorio, non a sostituirlo.
Narratore — Una cantina consuma. Energia, acqua.
Giovanna Caponi — Questa no. Cantina e agriturismo producono da soli tutta l’energia di cui hanno bisogno, con pannelli solari e batterie sul tetto della cantina e sopra il magazzino dell’agriturismo. Le acque di vinificazione vengono fitofiltrate e raccolte in un grande lago artificiale, pronte per irrigare quando serve. Quelle piovane scendono dalle grondaie in una cisterna sotterranea e bagnano i prati della tenuta. Non si butta via niente.
Narratore — Quante bottiglie escono da qui?
Giovanna Caponi — Sessantamila l’anno. Mi piace pensare che ognuna racconti una storia diversa.
La degustazione
A visita conclusa risaliamo in terrazza. Uno dei tavoli ombreggiati ci aspetta, con le bottiglie già disposte in ordine crescente di struttura. Il calice arriva per ultimo, e arriva carico di tutto quello che abbiamo visto.
Narratore — Undici etichette in fila davanti a noi. Che viaggio mi stai proponendo?
Giovanna Caponi — Un viaggio in salita, dal più leggero al più profondo. Si comincia con l’Effimero, il nostro Chardonnay, e si arriva al Vista Vigna, che è Cabernet Franc in purezza. In mezzo c’è il Sagrestano e, alla fine di tutto, l’Angelo Passito.
Narratore — L’Effimero mi arriva giallo dorato, con la banana matura e l’ananas, e poi una freschezza che vibra e una chiusura sapida. È il sale della conchiglia?
Giovanna Caponi — Proprio quello. La terra qui è stata mare: la sabbia è di origine marina e regala ai vini una salinità che ritrovi in tutta la gamma, dal bianco fino al passito. È la nostra firma prima ancora che la mia.
Narratore — Poi c’è Ladra, un orange che non mi aspettavo: ambrato, frutta secca, tabacco biondo, spezie dolci, un tannino sottile.
Giovanna Caponi — Ladra nasce da Colombana, Trebbiano e Viognier. È un vino che sta tra tradizione e modernità, e la Colombana è una delle uve che ho voluto tenere strette: i vitigni quasi dimenticati hanno ancora molto da dire.
Narratore — Il Sangiovese qui cambia abito più volte. Lo trovo in bollicina, in rosa, in rosso.
Giovanna Caponi — È il nostro filo conduttore. Nel Brusio d’Era è uno spumante rosato brut nature, Charmat lungo con otto mesi sui lieviti. Nel Thulite Rosé incontra il Merlot. Nel Gatta Ci Cova torna con il Merlot in proporzioni che cambiano a ogni vendemmia. Nel Murmur è Chianti DOCG, insieme a Canaiolo, Colorino e Mammolo. E nel Sagrestano si sposa con l’Alicante.
Narratore — Fermiamoci sul Sagrestano. Frutti di bosco maturi, pepe nero, tannini di seta. Profuma di terra e di tradizione.
Giovanna Caponi — L’Alicante è un’uva legata ai pellegrini medievali della Via Francigena. Dentro quel calice c’è una strada, oltre che una vigna.
Narratore — E quando la struttura sale?
Giovanna Caponi — Allora arrivano il Bulizio, che è Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, il nostro taglio bordolese in terra toscana, e il Vista Vigna. Si chiude con l’Angelo Passito, da sola Colombana, quello che riposava nei caratelli che hai visto in barricaia.
Narratore — Angelo. Un nome che, dopo questa mattina, non ha bisogno di spiegazioni.
Giovanna Caponi — È il nome di mio padre, Nino Angelo. Chiudere con lui ci sembra giusto.

Effimero 2024
IGT Toscana Bianco
Vitigni
Chardonnay.
Nel calice
Giallo dorato, banana matura e ananas, freschezza vibrante, mineralità sapida.
A tavola
Ostriche, crudi di mare, risotti delicati, piatti vegetariani.

Sagrestano
Vitigni
Sangiovese, Alicante.
Nel calice
Frutti di bosco maturi, pepe nero, spezie dolci, tannini setosi.
A tavola
Bistecca alla fiorentina, selvaggina.

Ladra
IGT Toscana Orange
Vitigni
Colombana, Trebbiano, Viognier.
Nel calice
Ambrato, frutta secca, tabacco biondo, spezie dolci, tannini sottili, salinità persistente.
A tavola
Formaggi semi-stagionati, arrosti di maiale.

Brusio d’Era
Vitigni
Sangiovese, Alicante.
Nel calice
Frutti di bosco maturi, pepe nero, spezie dolci, tannini setosi.
A tavola
Bistecca alla fiorentina, selvaggina.

V.
Viognier IGT Toscana
Vitigni
Viognier.
Nel calice
Dorato intenso, gelsomino, sambuco, scorza d’agrumi, palato cremoso, finale minerale e speziato.
A tavola
Pesce crudo, crostacei in salsa agrumata.

Thulite Rosé
Vitigni
Sangiovese, Merlot.
Nel calice
Rosa intenso, frutti rossi e agrumi, fresco ma strutturato, sapido.
A tavola
Zuppe di pesce, carni bianche grigliate.

Gatta Ci Cova
IGT Toscana Rosso
Vitigni
Sangiovese, Merlot.
Nel calice
Rosso rubino, lampone e ribes, tannini levigati, finale vivace.
A tavola
Pasta al ragù, carni rosse.

Bulizio
IGT Toscana Rosso
Vitigni
Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot.
Nel calice
Rosso porpora, marmellata di frutti di bosco, cacao, spezie, tannini integrati.
A tavola
Spezzatini, formaggi stagionati.




